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.:.opere.:.artisti
Barberino Val d'Elsa, Antiquarium di Sant'Appiano
 
Le Opere del Museo
:: Cinerary Urn
, Hellenistic Age
:: Kelebe
Painter of Hesione, Second half of the 4th century B.C.
:: Madonna and Child enthroned between St. John the Baptist and St. James della Marca
Master of Signa, First half of the 15th century
L'Antiquarium di Sant'Appiano, che ha sede dal 1991 nei locali annessi alla pieve, è nato per accogliere una parte dell'abbondante materiale archeologico venuto alla luce, nelle zone limitrofe, durante le campagne di scavo che hanno seguito i primi casuali ritrovamenti di inizio secolo.
Fra il 1907 e il 1910, a seguito di lavori agricoli, furono rinvenute alcune tombe etrusche a camera che, sebbene violate in antico, hanno restituito un cospicuo gruppo di reperti riferibili ad un arco di tempo che va dall'VIII al II secolo a.C., spesso di qualità artistica davvero notevole e di produzione non solo locale, come testimoniano le numerose ceramiche attiche a figure nere e rosse databili fra VI e IV secolo a.C. e le urne funerarie in alabastro di epoca ellenistica e di tipo volterrano con raffigurazioni del mito greco. Tale varietà nella tipologia degli oggetti trova una ragione soprattutto nella posizione privilegiata del luogo dal punto di vista commerciale, all'incrocio di direttrici viarie importanti già in epoca etrusca e romana, ma ancora di più nel Medioevo, quando il percorso lungo la valle dell'Elsa venne a coincidere con la Francigena.
I reperti archeologici riferibili al I secolo a.C. e a quelli successivi sono nettamente inferiori sia numericamente che qualitativamente, segno che durante l'età imperiale vi fu in tutta la zona un calo demografico e una regressione della vita culturale, fenomeno da collegare con il declino del vicino centro etrusco di Volterra, al quale non si sostituì una altrettanto fiorente colonia romana. Queste colline erano comunque frequentate e le origini dell'attuale pieve di Sant'Appiano vanno ricercate propio in un tempietto pagano, trasformato successivamente in luogo di culto cristiano e infine soppiantato dalla primitiva chiesa a pianta centrale e forma ottagonale, che venne a coincidere con l'antico battistero, di cui oggi rimangono quattro grandi pilastri sul prato antistante la facciata. In uno stesso edificio, dunque, date le dimensioni ancora ridotte della comunità, si svolgevano il rito eucaristico e quello battesimale.
In questa regione la vita tornò a pulsare solo in età longobarda e durante tutto il periodo carolingio la zona andò ripopolandosi, sia per il generale esodo dei cittadini verso la campagne in seguito alle invasioni barbariche, che per la forza di attrazione della vicina Francigena. Così alla vecchia chiesa paleocristiana, ormai inadeguata alle nuove esigenze, rimase la funzione battesimale e negli anni a cavallo fra il IX e il X secolo venne edificata la nuova pieve.

Il complesso è costituito dalla chiesa, con annessi il chiostro e la canonica, e da quello che rimane dei pilastri cruciformi del battistero, che recano scolpiti nei capitelli simboli cristiani.
L'edificio della pieve, costruito in epoca protoromanica con impianto a tre navate absidate, altare sopraelevato e cripta sottostante, si presenta attualmente come il risultato dello stratificarsi di molte trasformazioni architettoniche. Le parti originali sono ancora riconoscibili nella navata sinistra, divisa in cinque valichi di cui quattro hanno archi con risega e poggiano su solidi pilastri quadrangolari, e nelle arcatelle pensili della tribuna esterna, dove è ancora visibile la finestrella quadrangolare in alabastro corrispondente alla cripta oggi scomparsa. Nel 1171 un fulmine colpì il campanile, che cadendo distrusse quasi interamente la navata destra della chiesa, prontamente ricostruita con materiale diverso, il laterizio, e secondo il gusto del romanico più tardo. Le arcate, più slanciate, poggiano su colonne cilindriche con capitelli in pietra decorati da foglie d'acanto, che si infittiscono man mano che si procede verso il presbiterio, finchè nell'ultimo, che corona tutto il fascio di semipilastri addossato all'abside, si vedono dei volti umani dai tratti ben marcati, che hanno permesso di collegare questi interventi alla scultura romanica piacentina. E' di influenza analoga anche l'architrave scolpito sulla porta laterale di accesso al chiostro, che riporta la data della distruzione del campanile sotto l'immagine di San Michele Arcangelo con il drago.
Nel 1476, per armonizzare le proporzioni interne dell'edificio fu aperta la cappella a pianta quadrangolare in capo alla navata sinistra, in modo che risultasse simile e simmetrica alla base del campanile sul lato destro. Le successive modifiche architettoniche furono quelle apportate nella prima metà dell'Ottocento, ad opera soprattutto del pievano Moggi che oltre a far rialzare il campanile, modificandone la parte terminale, fece ridipingere tutto l'interno della chiesa e con probabilità anche la facciata esterna, che mostra tracce di intonaci e di finestre aperte e rimurate. Ultimo nefasto intervento è stato quello intrapreso all'inizio di questo secolo con l'apertura di due finestre circolari sulla facciata e l'allargamento delle finestre romaniche sul lato ovest della navata centrale, cui l'opera di ripristino avviata dalla Soprintendenza negli anni Sessanta non ha potuto porre rimedio.
Delle opere conservate all'interno ricordiamo un affresco raffigurante la Madonna col Bambino, deturpato da un restauro successivo che ne rende incerta la datazione e l'attribuzione, gli affreschi cinquecenteschi nella volta della cappella dell'Assunta, alla base del campanile, e quelli lungo le pareti della navata sinistra raffiguranti un Santo domenicano, il Martirio di San Sebastiano, Sant'Antonio Abate e San Matteo Evangelista, commissionati nel 1492 da Francesco di Dante Catellini a un pittore fiorentino vicino al Ghirlandaio.
Da una porta della navata destra si accede al chiostro duegentesco che si regge su pilastri quadrati e colonne vagamente ioniche e su cui si apriva la porta della sala capitolare, sormontata da un arco bicromo e affiancata da una trifora (oggi murata) con archi a risega. Intorno al chiostro si sviluppa la canonica, che ospita in due locali al primo piano il piccolo museo antiquario.

La prima sala è prevalentemente dedicata ai reperti provenienti dallo scavo di San Martino ai Colli, a sud del complesso plebano, dove furono rinvenute due tombe di famiglie magnatizie che hanno restituito tanto materiale e così vario da far credere all'esistenza di una piccola necropoli, dove sacelli di epoche diverse nel corso dei secoli hanno finito per addossarsi, entrando in comunicazione fra loro.
Di particolare interesse è il gruppo di urne cinerarie ellenistiche in alabastro. Appoggiata alla parete destra se ne trova una di medie dimensioni che riproduce sulla cassa il Ratto di Proserpina. Lo stesso soggetto è rappresentato anche su una delle due casse alla parete di fronte all'ingresso, ma con una variante che riguarda il demone marino, qui raffigurato con due code e in posizione centrale. Sul coperchio vi è il recumbente virile nella posizione consueta, sui lati stretti un demone maschile alato e in basso sono ancora visibili le tipiche zampe leonine. L'urna successiva reca una decorazione molto più semplice, costituita da un rosone centrale fra due palmette, all'interno di una cornice dalla superficie liscia, ma sul coperchio ci sono le immagini semisdraiate di due coniugi, una delle quali è acefala. Lungo le pareti sono esposti tre altri coperchi con figure di recumbenti maschili e femminili.
Altre due cassette cinerarie sono esposte nella prima vetrina a sinistra dell'ingresso: una, di piccole dimensioni, riporta sul fronte la figura di un mostro marino alato, l'altra, più grande ma priva di coperchio, mostra l'immagine di un cavaliere avvolto nel sudario in procinto di entrare nell'Ade.
La stessa teca racchiude anche alcune ceramiche acrome di uso comune e a vernice nera di provenienza volterrana e ceramiche attiche a figure rosse riconducibili ad un periodo fra il VI e il V secolo a.C., che venivano smistate dalle città della costa, in particolare Populonia, e la cui presenza denota aperture commerciali e un livello economico e culturale piuttosto ampio. Sul ripiano superiore è collocato il frammento di una kylix a vernice nera e figure rosse dell'inizio del IV secolo a.C., di cui si conserva la vasca, ricomposta e reintegrata nelle lacune, che reca nel tondo interno una scena di colloquio fra una figura maschile nuda in piedi e una donna seduta avvolta in un mantello e con una cornucopia fra le mani, forse un satiro e una menade. L'altro vaso parzialmene ricomposto è una kelebe, attribuita alla bottega del pittore di Hesione, attivo a Volterra nella seconda metà del IV secolo a.C.
La seconda vetrina riunisce un campionario dei materiali trovati nell'attuale località di Petrognano, dove nel XII secolo sorgeva il castello di Semifonte che, eretto secondo le testimonianze documentarie intorno al 1180, ebbe vita brevissima, poichè l'ottima posizione geografica e il suo sviluppo sempre crescente attirarono presto l'attenzione di Firenze, che nel 1202, dopo due anni di assedio, riusci a condurlo alla resa e poi lo distrusse. Insieme al gruppo di frammenti ceramici etrusco-romani, che indicano la presenza su questo luogo di un insediamento ben anteriore al castrum, sono emersi nelle immediate vicinanze numerosi cocci di epoca tarda, la cui datazione arriva fino al XV e XVI secolo e che attestano con certezza un'assidua continuità di vita nel sito anche dopo la distruzione di Semifonte, nonostante il divieto di ricostruire imposto categoricamente dal Comune di Firenze. L'interdizione era limitata probabilmente all'area originaria del castello, cosicchè i nuclei risparmiati dall'abbattimento poterono sopravvivere e con modifiche e successivi riadattamenti sono giunti fino a noi, come sembrano testimoniare alcune strutture della stessa Petrognano.

Nella seconda sala sono esposti i reperti di scavo provenienti da due tombe etrusche scoperte nel 1973 nel podere chiamato Piazza, vicino a Sant'Appiano. Subito a destra dell'ingresso vi è una serie di cippi semisferici detti "a pagnotta", in pietra arenaria, e un'urnetta funeraria frammentaria, di forma quadrangolare e di fattura piuttosto rozza. Dello stesso gruppo fa parte anche il piccolo cippo a colonnetta a tronco di cono rovesciato inserito in una base di pietra, collocato in un angolo dalla parte opposta della stanza. I soli materiali antichi sicuramente appartenenti alle tombe sono minuti frammenti di ceramica a vernice nera, genericamente databili al periodo ellenistico, esposti nella vetrina sulla destra, mentre gli scavi hanno restituito una grande quantità di ceramiche basso medievali e rinascimentali (ciotole, scodelle, catini, rinfrescatoi, orci) che coprono un arco di tempo dal XIV al XVI secolo, riferibili al periodo di riutilizzo dei vani, prima come magazzini e poi come scarico.
Su un sostegno cilindrico in un angolo della sala è appoggiata la copia di un capitello del complesso battesimale, che reca scolpiti in altorilievo alcuni segni simbolici: l'animale ibrido con la testa e le ali di rapace, il corpo di leone e la coda di serpente rappresenta le virtù della Sapienza, Fortezza e Prudenza; la croce ancorata ricorda il Mistero della Salvezza; e l'altra sagoma rappresenta la pianta di una città chiusa in una cerchia schematizzata di torri e mura, che simboleggia la Città Celeste. Accanto è collocato l'idoletto pagano ritrovato durante la demolizione del battistero, avvenuta nel 1805 perchè gravemente danneggiato da un terremoto, e che rappresenta il dio Eros a cavallo di un animale.

L'unica tavola dipinta esposta nel museo è una Madonna in trono che allatta il Bambino fra due angeli e i santi Giovanni Battista e Giacomo della Marca, proveniente dalla sala consiliare del Comune di Barberino Val d'Elsa, opera di un pittore fiorentino della metà del Quattrocento noto come Maestro di Signa.
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