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Cornice fiorentina
 
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Ugolino di Nerio, Third decade of the 14th century

LA CORNICE FIORENTINA
nel Medioevo e nel Rinascimento

LE FORME

La cornice ha accompagnato le diverse manifestazioni dell'arte figurativa fin dalla loro apparizione, per l'esigenza sempre sentita dagli artisti di isolare l'opera dall'ambiente circostatante; così gli affreschi sulle pareti delle chiese venivano divisi in scene da fregi decorativi ideati dal pittore e da motivi spesso suggeriti dalla stessa struttura architettonica.
Nel secolo XIII nascono anche le opere pittoriche mobili: tavole di legno dipinte a tempera su fondo dorato, destinate ad ornare gli altari delle nuove cattedrali, che in questo periodo sorgono in tutti i centri abitati. La pala d'altare, che in origine ha sempre forma cuspidata, ha una struttura formata da assi di legno tenute insieme da listelli trasversali posti sul retro e fissati direttamente al tavolato con chiodi. La cornice, dunque, nasce dall'esigenza di dare solidità anche al contorno e di nasondere lo spessore delle tavole, creando una fascia di chiusura che è costituita da uno o più listelli applicati direttamente sul piano del tavolato, supportati talvolta da un regolo esterno che chiude trasversalmente il dipinto.
Se nel Duecento le cornici si limitano ad essere semplici modanature non molto aggettanti, nel secolo successivo si sviluppano come elementi strutturali autonomi, ricche di intagli e trafori, ornate da colonnine tortili con capitelli e gattoni di coronamento. Cornici di tal fatta sono quelle dei polittici, la cui struttura, spesso molto elaborata, ha strette connessioni con l'architettura coeva, specialmente con le edicole e le nicchie che si aprono sulle pareti delle chiese e degli edifici; anche la carpenteria del dipinto in questi casi si presenta come un'opera architettonica, che raccorda, mediante giunti, pitture realizzate su pannelli a sé stanti. Veniva risolto così il non trascurabile problema tecnico che presentava la realizzazione di grandi opere pittoriche su legno, un materiale continuamente soggetto a variazioni dimensionali: i singoli riquadri, uniti dalla cornice, potevano tollerare meglio i mutamenti subiti dal materiale a causa degli sbalzi termici, senza compromettere tutto l'insieme della composizione.
Questa struttura si mantiene pressochè inalterata fino alla metà del secolo XV, ricalcando le varie evoluzioni dell'architettura gotica, e il mutamento formale subito dalla cornice nel Rinascimento è ancora legato a quello dello stile architettonico, determinato a Firenze da Filippo Brunelleschi. Allora alla suddivisione in scomparti si preferisce la composizione pittorica unica, secondo la concezione rinascimentale della visione unitaria, racchiusa da una sola struttura lignea costituita invece che da archi acuti e decorazioni gotiche, da trabeazioni lineari sorrette da pilastri e ornate da motivi di derivazione classica. La grande fortuna incontrata dai nuovi modelli decorativi fece sì che molti polittici del secolo precedente venissero smembrati ed adattati in nuove cornici.
La semplice e comune cornice a cassetta, tuttora in uso, compare nella seconda metà del '400 con il nascere della pittura di soggetto profano e soprattutto dei ritratti, opere per le quali non era più necessaria una carpenteria sontuosa come quella adottata per collocare i dipinti sugli altari delle chiese. Tale struttura è costituita da un telaio rettangolare ai bordi del quale sono applicate delle modanature, una interna (detta alla battuta) che serve a trattenere il dipinto, e una esterna (detta al profilo) che ha solo funzione decorativa. Un modello che è rimasto in vita per tutti i secoli successivi, variando nei singoli dettagli e nella decorazione con il variare del gusto e delle mode.
A fianco di questo modello più comune sono state prodotte nel corso del secolo XVI cornici più elaborate, destinate a dipinti di maggiore importanza; sono dette in generale cornici da galleria e fra le tipologie più diffuse ricordiamo i tondi e le cornici sansoviniane. La cornice rotonda, che trae origine forse dal desco da parto, o più probabilmente dagli oculi circolari dell'architettura brunelleschiana, è generalmente decorata da festoni di foglie e frutti del tutto simili a quelli che ornano le terrecotte smaltate dei Della Robbia. Se la produzione di tondi cessa già nella seconda metà del Cinquecento, la cornice sansoviniana, elaborata dalla scuola veneta ma di lontana derivazione fiorentina, permane nell'uso per tutto il secolo successivo. Il nome deriva dall'architetto Jacopo Tatti detto il Sansovino, toscano ma attivo per lungo tempo a Venezia, nel cui entourage è stato sviluppato un tipo di cornice caratterizzato da una grande ricchezza di motivi decorativi di origine classica, in parte sovrapposti, con ai lati coppie di cariatidi o erme che sostengono la parte superiore della struttura.



LE TECNICHE ESECUTIVE

Le cornici più antiche sono costituite da semplici modanature ricavate dal legno della pala o applicate direttamente sul tavolato. Già a partire dall'epoca gotica si arricchiscono di decorazioni a rilievo, realizzate ad intaglio oppure con l'applicazione e la modellazione della pastiglia, un impasto di gesso scagliola e pasta d'amido che trova ampia fortuna nel '700 per la decorazione stile "rocaille".
La superficie lignea delle cornici, indipendentemente dalla tipologia, può presentare una semplice decorazione a tempera, può essere dorata, argentata o meccata.

La doratura a guazzo
Questa tecnica prevede in successione le seguenti operazioni:

a) L'imprimitura, ovvero la preparazione della superficie mediante la stesura di uno strato di gesso a oro disciolto in colla animale che stabilisce un giusto equilibrio idrico con i materiali successivamente sovrapposti.
b) La stesura del bolo, un minerale che si prepara mescolandolo a colla animale e che ha la caratteristica di perdere gradualmente e in maniera irreversibile le molecole d'acqua, disidratandosi completamente con il tempo per assumere proprietà altamente adesive. Il bolo si trova in          diversi colori e la scelta dipende dal diverso grado di trasparenza desiderato per la doratura: fino al secolo XV il bolo giallo veniva usato per gli strati iniziali, seguiti da altri di bolo rosso o marrone scuro, sui quali veniva applicata la foglia d'oro.
c) L'applicazione della foglia d'oro sulla superficie preparata con il bolo e abbondantemente bagnata con acqua.
d) La brunitura, un'operazione eseguita con uno strumento costituto da una pietra dura (generalmente agata) fissata su di un manico di legno. La pressione fa aderire perfettamente la foglia d'oro e conferisce alla superficie dorata un aspetto lucido e brillante.
e) La bulinatura, un'operazione di rifinitura che consiste nel decorare la superficie già dorata mediante impronte eseguite con una punta dura, così da ottenere effetti di contrasto con la superficie liscia. Lo strumento usato è il bulino, costituito da una punta di metallo, di agata o di osso, di forme e dimensioni diverse.

L'argentatura
La procedura di applicazione della foglia d'argento sulla superficie lignea è uguale a quella indicata per la doratura a guazzo, con la differenza che, essendo la lamina d'argento meno malleabile e dunque più spessa di quella d'oro, non è sufficiente l'acqua per farla aderire allo strato di bolo, ma è necessario l'impiego di una colla, normalmente di origine animale. Anche l'argento poteva essere brunito, e poiché a contatto con l'aria ha la tendenza ad ossidarsi veniva protetto con una mano di vernice trasparente.

La meccatura
Spesso, per ragioni essenzialmente economiche, al posto dell'oro veniva usato l'argento, trattando poi la superficie con una speciale vernice di colore giallo, detta appunto mecca, in modo che la foglia d'argento assumesse l'aspetto della più preziosa foglia d'oro. La mecca si otteneva mescolando in successione le seguenti resine vegetali:
la sandracca: componente principale, diluita in alcool;
la gomma gutta: di colore giallo dorato, diluita in alcool e aggiunta in piccole dosi per evitare che la colorazione gialla risultasse troppo carica;
il sangue di drago: resina di colore rosso bruno, anch'essa diluita in alcool, che conferiva alla soluzione un colore rosso arancione;
l'aloe: una resina vegetale di colore bruno verdastro, che, molto diluita, veniva aggiunta alla altre misture fino ad ottenere la tonalità desiderata.

La decorazione a tempera
Spesso le cornici alternano zone dorate con zone colorate, realizzate a tempera. La tempera si otteneva mescolando terre naturali a colle animali, con l'aggiunta di alcool per facilitare l'aderenza del colore, e veniva distesa su una superficie di gesso ben levigata in tre o quattro mani; successivamente, per ottenere una superficie lucida, lo strato di colore poteva essere brunito.

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